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La Micropsicoanalisi
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pubblicato
su Nervure, Journal des Psychiatres, tome XXI – avril 2008)
La micropsicoanalisi, istituita da Silvio Fanti negli
anni 50, è una tecnica di investigazione dell’inconscio che
attraverso sedute lunghe (di tre ore consecutive e plurisettimanali) e “supporti
tecnici” costituisce un approfondimento dell’analisi freudiana. La complementarietà durata/frequenza delle sedute
rappresenta la peculiarità della micropsicoanalisi: questa cadenza
infatti favorisce il ritmo associativo, grazie a cui avviene il lavoro
analitico. Il prefisso “micro” di micropsicoanalisi indica
che i contenuti psichici vengono analizzati fin nei minimi particolari
attraverso queste innovazioni tecniche che potenziano la dinamica
associativa e facilitano sia la verbalizzazione che le abreazioni.
Le
caratteristiche di una micropsicoanalisi 1 - La durata delle sedute 2 - La frequenza delle sedute 3 - I supporti tecnici 4 - Lo svolgimento della micropsicoanalisi 1 - La
durata delle sedute
La durata di tre ore consecutive della seduta permette
all’analizzato di disporre di tutto il tempo di cui ha bisogno per
sentirsi a suo agio nella situazione analitica, per lasciarsi andare
fino a poter esprimere delle libere associazioni in cui, senza che se ne
renda conto, il materiale legato all’attualità della sua vita viene
collegato associativamente con il materiale vitale. La persona sul divano ha la possibilità di rivivere
nei dettagli la sua storia, di visualizzarne alcuni momenti particolari,
di soffermarsi sulla descrizione minuziosa non solo di fatti ma anche di
luoghi, di persone, di ambienti. Senza essere stressata dal passare del
tempo può dar libero corso ai suoi pensieri, esprimere fino in fondo le
sue emozioni, lasciar emergere anche lunghi momenti di silenzio che
spesso sono l’espressione di un lavoro che sta avvenendo a livello
profondo. La lunga
durata della seduta permette dunque di passare dalla razionalità/logicità
che caratterizza gli aspetti mentali dello psichismo al pensiero per
libere associazioni che ne caratterizza gli aspetti più profondi
(preconsci ed inconsci). 2 - La
frequenza delle sedute Insieme alla durata anche la frequenza delle sedute
costituisce un criterio di particolare importanza per la
micropsicoanalisi: il ritmo ideale di 5/6 sedute alla settimana
rappresenta un enorme aiuto per l’analizzato che desidera immergersi
nell’intimità del suo materiale, elaborarlo in profondità, superare
in modo fisiologico le resistenze che gli si presentano. Tuttavia, siccome non sempre è possibile lavorare con
tale intensità (per ragioni che riguardano la personalità
dell’analizzato, la sua età, le caratteristiche della sua nevrosi, la
sua disponibilità di tempo e di denaro) è possibile scendere a 3
sedute alla settimana, che permettono di mantenere un accettabile ritmo
associativo. 3 - I
supporti tecnici Si tratta dello studio che l’analizzato fa in seduta
(in modo prima descrittivo poi associativo) di vari documenti legati
alla sua intimità: -
fotografie personali e familiari; -
piantine dei luoghi in cui ha vissuto fin dall’infanzia; -
corrispondenza e diari personali; -
ascolto (alla fine dell’analisi) di certe sedute che sono
state registrate nel corso del lavoro. Ogni supporto tecnico è -
introdotto a un momento preciso dell’analisi, determinato
dal tipo di materiale studiato, dalla dinamica globale del lavoro e dal
contesto associativo immediato -
studiato in due fasi successive, seguendo regole precise:
dapprima alla scrivania, in cui ogni documento viene attentamente
descritto; quindi sul divano, dove può essere ripreso spontaneamente
nelle associazioni che costituiscono il materiale dell’analizzato. A differenza di ciò che capita in certe psicoterapie
in cui la finalità dello studio delle fotografie (o di qualsiasi altro
supporto tecnico) è di suscitare ricordi o abreazioni, in
micropsicoanalisi il valore dei supporti tecnici consiste nel loro
studio associativo. Ciò significa che, dopo la descrizione minuziosa
fatta alla scrivania, qualche micro dettaglio si infiltra nel flusso
associativo e senza che l’analizzato se ne renda conto, lo conduce a
verbalizzare vissuti e desideri che risalgono alla sua vita infantile e
intrauterina 4 - Lo
svolgimento di una micropsicoanalisi
La micropsicoanalisi può essere fatta seguendo due
diversi schemi: -
micropsicoanalisi continua -
micropsicoanalisi per tranche
La micropsicoanalisi continua, realizzabile
in circa due anni, prevede tre periodi di lavoro intervallati da due
fasi di sedimentazione e di ripresa di contatto con la propria realtà
socio- affettiva e professionale. La micropsicoanalisi per tranche
prevede periodi di lavoro di 120/150 ore che si svolgono in 7/10
settimane ciascuna, intervallate da alcuni mesi di sedimentazione.
Questo schema, che dà la possibilità di integrare il lavoro analitico
con le necessità della vita moderna, costituisce una delle peculiarità
della micropsicoanalisi. Permette
infatti di procedere per step, ossia di raggiungere delle tappe che
possono essere fine a se stesse o preludio per una tappa ulteriore. In
micropsicoanalisi dunque non si corre il rischio di impegnarsi in un
lavoro di cui non si conosce la durata: è l’analizzato stesso a
decidere fin dove spingersi nella conoscenza di se stesso, potendo
scegliere di fermarsi a qualsiasi tappa intermedia del percorso, che in
genere viene raggiunta in una/due tranche di lavoro.
Prima tappa:
storia della persona In una prima tranche di lavoro micropsicoanalitico (di
120/150 ore) la persona si familiarizza con la situazione analitica,
imparando a lasciarsi andare a raccontare la sua vita attuale e passata,
a descrivere fin nei minimi dettagli i fatti, i luoghi, le persone di
cui parla. In questo materiale poco per volta cominciano a delinearsi le
linee ripetitive che hanno caratterizzato la sua esistenza e che spesso
hanno le loro radici nel passato della sua famiglia. Una prima tranche di micropsicoanalisi spesso è
sufficiente per riequilibrare una lieve nevrosi, per superare
problematiche dell’attualità legate a stress, ansia, inquietudine.
Questo spiega il motivo per cui una persona dopo una prima tranche si
sente meglio, tanto da non sentire il bisogno di approfondire
ulteriormente il lavoro di conoscenza di se stessa. Una prima tranche è consigliabile anche quando si
devono affrontare fisiologiche situazioni di cambiamento, sia
professionali che personali (matrimonio, separazione, gravidanza*, post
partum*,menopausa ecc.). La verbalizzazione associativa, senza
interventi psicoterapeutici dell’analista, permette infatti di
evitare, o almeno di smorzare, ripetizioni dolorose che potrebbero
condizionare il futuro. Seconda tappa:
l’intimità Il maggior coinvolgimento nel lavoro analitico
permette all’analizzato di entrare
in modo sempre più approfondito nei dettagli della sua vita privata,
emotiva, professionale, che descrive attraverso il racconto sistematico
delle abitudini che caratterizzano il suo quotidiano (relative
all’alimentazione, al vestiario, all’igiene personale e casalinga,
alla salute ecc.). Questo contesto di intimità psicocorporea favorisce
la verbalizzazione degli aspetti sessuali e l’apparizione di sogni e
fantasie che aiutano, poco per volta, a mettere in evidenza i fantasmi
sottostanti. Lo studio delle fotografie e eventualmente il disegno
dei luoghi in cui l’analizzato ha vissuto nel corso della sua vita
permette di includere tutti questi aspetti intimi nelle linee di
ripetizione che lo riportano all’infanzia
e alla situazione edipica. Terza tappa:
la situazione edipica L’analisi dettagliata dell’intimità psicocorporea
porta l’analizzato ad affrontare il tema edipico, che costituisce il
cuore del lavoro analitico. In questa fase dell’analisi è
approfondita la complessità dei vissuti e dei desideri
aggressivo-sessuali provati nell’infanzia (in particolare tra i 3 e i
5 anni) nei confronti dei genitori. Si tratta di desideri in cui sono
mescolati amore e odio, con la predominanza dell’uno o dell’altro in
base al sesso del genitore verso cui sono rivolti. Questo complesso scenario familiare, caratterizzato da
desideri ambivalenti e da tabu ancestrali di incesto e uccisione, la cui
trasgressione comporta come punizione la castrazione, viene
inconsapevolmente proiettato nelle relazioni interpersonali (sia
affettive che professionali) e in molteplici situazioni della vita
caratterizzate da invidia, gelosia, infedeltà, rivalità, fallimento.
Analizzare l’Edipo permette dunque all’analizzato di arrivare poco
per volta a comprendere (e di conseguenza a vivere in modo meno
conflittuale e più sereno) ciò
che sta alla base di certe sue ripetizioni in cui, malgrado cambino i
personaggi e le situazioni, immancabilmente rivive stati di malessere
profondo e sintomi dolorosi come fobie, dubbi ossessivi, depressione.
Quarta tappa:
il complesso materno A partire dall’analisi di Edipo, si evidenziano nel
materiale dell’analizzato temi come la possessività, la dipendenza,
l’abbandono, l’esclusione che lo portano ad approfondire il il
rapporto con la madre. Questo comprende sia la vita intrauterina (stadio
iniziatico),* che i periodi fusionale (fino circa ai 6 mesi) e
defusionale (da Se fin dalla vita intrauterina il rapporto madre –
bambino è fisiologicamente caratterizzato dall’ambivalenza (che in
base al grado di intensità può assumere caratteristiche patologiche),
anche il distacco che avviene attraverso il parto presenta aspetti
contrastanti: se da un lato è una liberazione per entrambi,
dall’altro priva la donna di quella che per nove mesi ha vissuto come
parte di sé e lascia il bambino senza identità visto che si è
staccato dalla sua mamma. Quinta tappa:
la dinamica anale Questa tappa dell’analisi approfondisce il periodo del secondo/terzo anno di vita, in cui il bambino inizia a stabilire un rapporto oggettuale con chi gli sta accanto Si tratta di un momento difficile nella realtà, che presenta molte resistenze all’analisi. Infatti proprio mentre il bambino comincia a sperimentare la capacità di realizzare i suoi desideri attraverso il controllo del suo corpo, in particolare dei muscoli che rispondono ai suoi comandi (pulsioni di appropriazione), si impone l’educazione (in particolare alla pulizia) che ridimensiona i suoi desideri di poter fare ciò che vuole e che lo obbliga a rimandare sensazioni che sono fonte di piacere (erogeneità anale). La costrizione a controllarsi, reprimere, rimandare i suoi desideri per soddisfare quelli materni, mette in gioco le pulsioni aggressive che possono assumere tinte più o meno sadiche. Pur essendo vitali e necessarie per staccarsi dalla dipendenza e raggiungere l’autonomia, spesso però, per paura di perdere l’affetto della madre sono bloccate con sofisticati meccanismi di difesa (isolamento, annullamento retroattivo, formazione reattiva) che stanno alla base della nevrosi ossessiva e delle sue varianti (nevrosi di insuccesso, nevrosi di carattere). Il connubio tra le opposte pulsioni aggressivo-sessuali che caratterizzano questo periodo dell’infanzia costituisce la radice del sadomasochismo, che in seduta può riemergere attraverso la descrizione particolareggiata dei rapporti che l’analizzato vive nell’attualità nel suo ambiente familiare e professionale.
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